Magnitudo 6.4

Anteprima di una lunga narrazione che è in costruzione, come edifici antisismici.

Di Federica Falzone

Vettovaglie e stoviglie, suoni di posate, giochi di gambette vivaci sotto il tavolo. Sghignazzavamo sottovoce, deridendo papà che provava a condire la pasta: ordinarie scene di pranzi familiari. Avevo dieci anni, mia sorella sei, e  di quel giorno di Gennaio ricordo la quotidianità spezzata dal suono del campanello.

“Vado io” disse correndo mia sorella, mio padre la seguì, poi il silenzio mosse la  curiosità. Ci trovammo davanti l’uscio uomini in divisa, la stessa che papà indossava tutte le mattine tranne nel suo giorno di riposo. Sulla strada sostavano, fermi con i motori accesi, veicoli  che avevo visto tante volte parcheggiati in caserma.

Ricordo gli occhi di mio padre, sgranati, disorientati, orientarsi verso noi cercando di comprendere cosa fare. Istintivamente avvicinai la mano sulla spalla di Roberta, consapevole che i miei quattro anni in più imponevano di proteggerla da qualcosa che stava accadendo ma non mi era chiara.

Cominciai a capire quando, accompagnate dalla zia al bar del quartiere,  la televisione annunciò che vigili del fuoco di tutta Italia erano stati chiamati a raggiungere la Sicilia per intervenire con urgenza a sostegno delle vittime del terremoto. Piero Angela aveva rapito la mia attenzione e io mi ero dimenticata dell’amato gelato alla nocciola che si scioglieva sulle dita. 

La mamma sosteneva che fosse giusto essere sinceri con i bambini, era la sua legge interna. Così, autorizzata da un cenno di assenso della zia, ci spiegò perché papà era partito con grande rapidità.

Non avevamo notizie, non esistevano i telefoni, nessuna comunicazione, solo i giornali, solo le parole dei giornalisti. Io mi mettevo con le ginocchia sulla sedia per cercare di comprendere ma leggevo ancora in modo troppo lento e speravo nella sintesi di mamma. Raggiungevamo il bar alle 13.30 e alle 18.30, dal 15 gennaio era stata introdotta l’edizione dell’ora di pranzo, paradossale che si apriva con un evento del genere. Clamoroso  per tutti? Per noi che avevamo visto partire papà?

I fotogrammi di quel che e’ stato li abbiamo avuti nitidi al suo rientro e per il resto degli anni a seguire aggiungerei, considerato che non smetteva di narrare gli episodi di quei mesi, non curandosi dei nostri sbadigli. Era oramai un riflesso: tutti sbuffavamo appena lo sentivamo esordire con “quando ero in Sicilia..”.

A ripensarci oggi che papá – il vigile del fuoco Giorgio Cammi – non c’è più, avrei reso sacro quel momento e avrei ascoltato con foglio e penna tra le mani, come una studentessa universitaria durante la lezione più stimolante. Osservo i loquaci scatti di Scafidi, me ne convinco sempre più, ad ogni foto.

Non sapevano cosa li attendeva mentre percorrevano la strada impervia soprattutto da Napoli in giù, soprattutto superato lo stretto: curve da seguire con mezzi ingombranti. Niente in confronto a quello che stavano vivendo fra la fuliggine nella terra di arabi e normanni.

Non fecero in tempo a scendere dall’automezzo e sentirono un pilota stravolto annunciare ai colleghi: “Non avete idea, ho volato sull’inferno”. Non faticarono a crederci, la terra si apriva sotto i piedi, la pioggia bagnava il suolo in movimento, le macerie coperte da fango creavano poltiglia di morte, la disperazione degli occhi, l’immobilità rivoluzionaria di persone davanti le proprie case, i capelli arruffatati di bambini disorientati, scarpe, una scarpa, quaderni di inchiostro sbiadito ove c’era una scuola media.

Sciascia raggiunse i luoghi, trattenne fra le righe le immagini mentre Danilo Dolci si batteva per cambiare il destino di una terra di arte e cultura frantumata. Lui e tanti altri avrebbero continuato a farlo mentre feriti venivano condotti a Palermo e Sciacca per essere affidati a medici che operavano in sale operatori tremanti, danzanti, per ore interminabili.

Nella mente il 1968 era una miscellanea di luci assenti,  memorie svanite,  tufo maledetto, auto che divenivano case, case che divenivano blocchi di pietre e  ricordi sgualciti, volti che si affidavano, volti-racconto.

Papà ne tratteneva aneddoti nel cuore, nelle gambe, li disponeva tra i piatti a tavola. Il nostro vigile che, nonostante la putrida aria intorno, lucidava le scarpe non per vanità ma per essere dignitosamente pronto al servizio di quel popolo che nel degrado, nella disperazione, nella perdita degli oggetti-appendice del sé rimaneva caloroso, grato, attento e lasciava arance davanti le tendopoli e proponeva mandorle sgusciate come doni.

Papà rimase legato a molte storie, a quella dell’uomo che trovò con l’insegna in mano che proprio due sere prima aveva affisso con orgoglio e non solamente perché era stata da lui stessa disegnata ma perché era il simbolo di un desiderio condiviso con la moglie, di bar che si apprestava a prender vita, un attività interrotta dal sisma. Il vero sisma si condensava nelle sue pupille cerulee  di angoscia sfumata a rabbia, tristezza, languida disperazione eppure quello stesso uomo propose a papà di utilizzare la doccia che ancora rimaneva integra seppur senza mura intorno. Lui se la ricordava bene quella doccia mentre la terra continuava a tremare, quella sensazione di acqua che bagna la pelle e ristora e la paura che spinge a fare in fretta.

Papà ricordava tutto: la bambina infreddolita a cui aveva ceduto i calzettoni spessi; i due bambini vicini di casa, casa che non c’era più, seduti sui detriti a guardarsi fissi con il mento fra le mani piccole; li ricorda bene i massi alzati allo scattare del corale “due, uno”. Rimaneva però poi terrorizzato dall’aereo- il “vagone volante” – con cui terminava i suoi 30 giorni di viaggio nell’inferno, in quella Sicilia di cui non apprezzò l’odore di limoni ma il tanfo di polvere e carcasse, in quella Sicilia i cui confini venivano tracciati da nomi di città ignote a chi lontano dimora e adesso noti perché ripetuti e impressi sugli schermi, dalle radio. Salaparuta, Gibellina, Santa Margherita del Belice, Montevago, Poggioreale, Menfi, Chiusa Scafani, Salemi, Santa Ninfa, altre città ancora. La Valle dei Templi che diventa Valle degli sfollati.   

Papà l’esperienza in Sicilia del 68 la raccontava a chiunque, la raccontava anche quando i disturbi cognitivi avevano preso il sopravvento e “incendiato” le stanze del cervello e nessuno vigile poteva arginare il diramarsi delle fiamme.

La raccontava alla dottoressa che si prendeva cura di lui e a lei decisi di lasciare la nostra storia, perché era siciliana, perché scriveva, non so. Quel che so è che una connessione di parole e sintonia annodava i percorsi che ancora adesso si intersecano a suon di vicinanza e brindisi gioiosi.

A lei ho affidato questa storia nella storia, che intreccia mille storie, la storia di una terra che non è la mia, a lei che è la persona che io e mia sorella Roberta vogliamo accanto quando visiteremo il cretto di Burri a Gibellina, respirando l’eco dei passi di papà.

Immagini tratte da articoli online e realizzate da Nicola Scafidi

Immagini tratte da articoli online e realizzate da Melo Minnella

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